Per capire davvero chi fosse Sócrates bisogna dimenticare, almeno per un momento, il campo da calcio.
Bisogna immaginare il Brasile dei primi anni Ottanta, un Paese ancora governato da una dittatura militare, dove parlare apertamente di politica non era una cosa scontata. E poi bisogna entrare nello spogliatoio del Corinthians, a San Paolo, dove un gruppo di calciatori cominciò a fare qualcosa di insolito: discutere, votare e decidere insieme.
Al centro di tutto c’era un uomo alto quasi un metro e novantacinque, con la fascia tra i capelli, un modo elegante di correre e un nome che sembrava già destinato a qualcosa di diverso.
Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira era un calciatore. Ma era anche un medico, un intellettuale, un uomo profondamente interessato alla politica e, soprattutto, qualcuno che non aveva intenzione di lasciare le proprie idee fuori dallo spogliatoio.
Quando arrivò al Corinthians, nel 1978, era già un giocatore particolare. Negli anni successivi sarebbe diventato uno dei simboli della nazionale brasiliana e della squadra del 1982, quella che giocava un calcio spettacolare ma che uscì dal Mondiale contro l’Italia di Paolo Rossi. Ma la parte più importante della sua storia sarebbe arrivata lontano dai grandi palcoscenici internazionali.
Sarebbe iniziata in uno spogliatoio.
Il Dottore che giocava come se avesse più tempo degli altri
Sócrates aveva qualcosa che sembrava quasi fuori posto nel calcio professionistico.
Aveva studiato medicina per sei anni mentre giocava a calcio e nel 1977 si era laureato all’Università di San Paolo. Per questo sarebbe diventato per tutti semplicemente “Doutor Sócrates”. Ma la sua particolarità non era soltanto ciò che faceva fuori dal campo.
Era il modo in cui giocava.
Alto, elegante, apparentemente lento, Sócrates sembrava avere sempre un secondo in più rispetto agli altri. Giocava spesso a testa alta, cercava il passaggio verticale e aveva trasformato il colpo di tacco in una delle sue firme. FIFA lo ha descritto come un centrocampista unico per eleganza, personalità e capacità di vedere il gioco prima degli avversari.
Nel 1982 arrivò al Mondiale di Spagna da capitano del Brasile.
Quella squadra è rimasta nella memoria collettiva nonostante non abbia vinto nulla. Zico, Falcão, Éder, Junior, Cerezo e Sócrates giocavano un calcio offensivo, creativo, quasi istintivo. Il Brasile vinse le prime partite e arrivò alla seconda fase come una delle grandi favorite. Poi, a Barcellona, arrivò la partita contro l’Italia.
Finì 3-2 per gli azzurri.
Sócrates segnò il primo gol brasiliano, ma la tripletta di Paolo Rossi eliminò una delle squadre più spettacolari della storia dei Mondiali.
Per molti sarebbe stato semplicemente il ricordo di una grande carriera senza il trofeo più importante.
Per Sócrates, invece, il calcio aveva già cominciato a significare qualcosa di diverso.
Al Corinthians i giocatori cominciarono a decidere
All’inizio degli anni Ottanta il Brasile viveva ancora sotto il regime militare, al potere dal 1964. Nel calcio, come in molti altri ambienti della società, le decisioni arrivavano dall’alto.
Il Corinthians decise di rompere quello schema.
All’interno della squadra nacque quello che sarebbe diventato famoso come Democracia Corinthiana. Sócrates, insieme a compagni come Wladimir e, poco dopo, Casagrande, partecipò alla costruzione di un sistema nel quale le decisioni che riguardavano la vita quotidiana della squadra venivano discusse e votate. Non decideva soltanto il dirigente: anche i giocatori avevano una voce.
Potevano essere questioni apparentemente banali, come gli orari dei pasti, ma anche temi molto più importanti, come la tradizionale concentração: il periodo nel quale i calciatori venivano tenuti insieme in hotel nei giorni precedenti alle partite.
La differenza sembrava piccola.
In realtà, in quel Brasile, era enorme.
Il messaggio era semplice: se una decisione riguarda tutti, tutti devono poter partecipare alla decisione.
E quella filosofia non rimase confinata al centro sportivo.
Nel novembre del 1982, il Corinthians scese in campo con una scritta sulla maglia: “Dia 15 Vote”. Era un invito ai cittadini a partecipare alle elezioni del 15 novembre, in un Paese che stava lentamente iniziando il percorso verso la fine del regime militare. Poco dopo, la squadra vinse il campionato paulista, con la parola “Democracia” impressa sulle maglie.
Il calcio aveva smesso di essere soltanto calcio.
E Sócrates ne era diventato il volto.
Quando una partita diventò una scelta
La storia della Democracia Corinthiana raggiunse il suo momento più forte nel 1984.
Il Brasile stava vivendo la grande mobilitazione delle Diretas Já, il movimento che chiedeva il ritorno dell’elezione diretta del presidente della Repubblica. Le piazze si riempivano e anche i calciatori del Corinthians partecipavano pubblicamente alla campagna.
Sócrates decise di esporsi ancora di più.
Davanti a una folla enorme, durante un comizio nell’aprile del 1984, fece una promessa che legò definitivamente la sua carriera al destino politico del Paese: se la proposta per il ritorno delle elezioni dirette fosse stata approvata, sarebbe rimasto in Brasile nonostante le offerte provenienti dall’Europa.
Era una scelta difficile.
Da una parte c’era la possibilità di continuare la propria carriera in uno dei campionati più importanti del mondo. Dall’altra c’era un’idea nella quale Sócrates credeva abbastanza da metterci in gioco il proprio futuro.
Il 25 aprile 1984, però, la proposta non ottenne i voti necessari in Congresso.
Le elezioni presidenziali dirette non tornarono in quel momento.
E Sócrates mantenne la promessa nel modo più amaro possibile: poco dopo lasciò il Corinthians e si trasferì alla Fiorentina.
Il calcio, quella volta, aveva perso una partita che non si giocava su un campo.
Ma la storia non finì lì.
Sócrates avrebbe continuato a giocare per il Brasile, partecipando anche al Mondiale del 1986. Sarebbe morto nel 2011, a 57 anni. Ma il suo ricordo non sarebbe rimasto legato soltanto ai gol, agli assist o a quel famoso colpo di tacco.
Perché ciò che aveva fatto al Corinthians aveva lasciato qualcosa di molto più difficile da cancellare.
Aveva dimostrato che un calciatore poteva avere una voce.
Che uno spogliatoio poteva diventare un luogo in cui discutere.
E che una maglia, qualche volta, poteva rappresentare qualcosa di molto più grande della squadra che la indossava.
Sócrates non vinse il Mondiale.
Non diventò il calciatore più titolato della sua generazione.
Ma in un momento in cui il Brasile aveva bisogno di ritrovare il coraggio di parlare, un uomo con il numero otto sulla schiena decise di farlo attraverso il calcio.
E forse è proprio per questo che, ancora oggi, quando si parla di Sócrates, il risultato di una partita è soltanto una piccola parte della storia.
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