Jochen Rindt: il campione del mondo che non seppe mai di esserlo, tra talento, velocità e tragedia

Il 4 ottobre 1970, sul circuito di Watkins Glen, negli Stati Uniti, Emerson Fittipaldi taglia per primo il traguardo. Ha appena 23 anni, pochissima esperienza in Formula 1 e quella è la sua prima vittoria nel Mondiale. Per il giovane brasiliano dovrebbe essere il giorno più importante della carriera fino a quel momento. Eppure, mentre la Lotus festeggia il successo, il risultato più importante di quella gara riguarda un altro pilota. Un uomo che non è negli Stati Uniti, che non può vedere la bandiera a scacchi e che non salirà mai più su una monoposto.

Jochen Rindt è morto da 29 giorni.

Con Fittipaldi vincitore e Jacky Ickx soltanto quarto, nessuno può più raggiungerlo in classifica. Rindt è matematicamente campione del mondo di Formula 1. È la prima volta che un pilota conquista il titolo dopo la propria morte e, più di mezzo secolo dopo, rimane ancora l’unica.

La classifica finale del 1970 dirà semplicemente: Jochen Rindt, 45 punti. Jacky Ickx, 40. Cinque punti di differenza. Ma dietro quei numeri c’è una delle storie più incredibili che la Formula 1 abbia mai prodotto.

Un talento nato in un’epoca spietata

Karl Jochen Rindt nasce il 18 aprile 1942 a Mainz, in Germania, in piena Seconda guerra mondiale. La sua infanzia cambia quasi subito: i genitori muoiono durante un bombardamento e Jochen viene affidato ai nonni materni, che lo crescono a Graz, in Austria. Sarà proprio l’Austria il Paese che rappresenterà nel motorsport.

La velocità entra presto nella sua vita. Rindt ama le moto, le automobili e tutto ciò che abbia a che fare con il rischio e la competizione. Quando arriva nelle categorie internazionali, una caratteristica diventa evidente molto prima delle altre: è terribilmente veloce. Non sempre preciso, non sempre prudente, ma capace di guidare una macchina oltre limiti che per altri sembrano invalicabili.

Nel 1965 arriva già un risultato enorme: insieme a Masten Gregory vince la 24 Ore di Le Mans al volante di una Ferrari 250 LM. In Formula 1, però, il talento non basta. Le prime monoposto con cui corre sono spesso poco competitive o poco affidabili, e Rindt passa anni ad aspettare la macchina capace di trasformarlo da pilota spettacolare a vero candidato al titolo.

Quella possibilità arriva nel 1969, quando Colin Chapman lo porta alla Lotus. Sulla carta è il matrimonio perfetto: uno dei piloti più veloci del mondo con uno dei progettisti più brillanti e innovativi della storia della Formula 1. Nella realtà, il rapporto è molto più complicato. Chapman costruisce monoposto leggere, rivoluzionarie e velocissime, ma per inseguire ogni decimo porta spesso materiali e componenti al limite. Rindt ne è perfettamente consapevole e non nasconde le proprie paure.

Durante il Gran Premio di Spagna del 1969, sul circuito di Montjuïc, l’ala posteriore della Lotus di Graham Hill cede. Poco dopo succede qualcosa di simile alla macchina di Rindt. La monoposto perde il controllo ad alta velocità e si schianta. Rindt sopravvive, ma riporta una commozione cerebrale e la frattura della mandibola. Da quel momento le sue critiche alla sicurezza delle Lotus diventano ancora più dure.

È uno dei grandi paradossi della sua storia: la macchina che può finalmente renderlo campione del mondo è anche quella di cui non riesce completamente a fidarsi.

Nel 1970, però, tutto comincia ad andare nella direzione che ha sempre cercato. Uno dei momenti simbolo arriva a Monaco. Jack Brabham, tre volte campione del mondo, è davanti e sembra avere la gara sotto controllo. Rindt è secondo, ma comincia a recuperare. Giro dopo giro il vantaggio diminuisce, la Lotus diventa sempre più grande negli specchietti dell’australiano e la pressione cresce fino all’ultima tornata.

Brabham arriva all’ultima curva con Rindt ormai alle spalle. Sbaglia, finisce contro le barriere e lascia passare la Lotus. Rindt vince.

Negli archivi resta soltanto il risultato: Rindt primo, Brabham secondo. Ma quelle due righe non raccontano la rimonta, la pressione esercitata per decine di giri e un tre volte campione del mondo costretto all’errore proprio quando il traguardo sembrava ormai vicino.

Da quel momento Rindt diventa l’uomo da battere. Vince in Olanda, in Francia, in Gran Bretagna e in Germania. Quattro successi consecutivi che, sommati a Monaco, portano a cinque le sue vittorie nella stagione. Per la prima volta nella sua carriera, il titolo mondiale non è soltanto una possibilità teorica: è nelle sue mani.

Ma quella Formula 1 vive costantemente accanto alla morte.

Nel giugno del 1970 Bruce McLaren perde la vita durante un test a Goodwood. Poche settimane dopo, nel Gran Premio d’Olanda, muore Piers Courage, uno degli amici più cari di Rindt. Jochen vince quella gara, ma il successo passa quasi in secondo piano. Ha una moglie, Nina, una figlia piccola e corre in un’epoca in cui un volto incontrato nel paddock il sabato può non esserci più la domenica sera.

Rindt comincia a pensare sempre più seriamente al futuro, alla famiglia e persino alla possibilità di smettere. Ma il campionato continua, e con esso continua la corsa verso quel titolo che ha inseguito per tutta la carriera.

Monza

Il 5 settembre 1970 Jochen Rindt arriva a Monza da leader del mondiale. Il circuito italiano è velocissimo e la ricerca della massima velocità sul rettilineo porta la Lotus a lavorare su una configurazione particolarmente estrema.

Durante le prove del sabato, in avvicinamento alla Parabolica, la monoposto di Rindt esce di pista. L’impatto è violentissimo. Jochen muore a 28 anni.

Il giorno successivo la Formula 1 corre comunque il Gran Premio d’Italia. Clay Regazzoni vince, mentre Jacky Ickx, il rivale più pericoloso nella corsa al titolo, si ritira. Rindt non c’è più, ma i punti accumulati nei mesi precedenti rimangono lì, in cima alla classifica.

E da quel momento il mondiale assume una forma surreale: gli altri piloti continuano a correre contro un uomo che non può più difendere il proprio vantaggio.

Ickx vince in Canada e accorcia le distanze. La matematica tiene ancora aperto il campionato. Poi la Formula 1 arriva a Watkins Glen.

Alla Lotus c’è Emerson Fittipaldi, un ragazzo brasiliano di 23 anni con appena poche gare alle spalle. Quella domenica Fittipaldi vince. Jacky Ickx conclude quarto.

Ed è in quel momento che tutto finisce.

Ickx non può più raggiungere Rindt.

Jochen è campione del mondo.

Non c’è una telefonata per comunicarglielo. Non c’è un podio. Non c’è champagne. Non c’è il nuovo campione da festeggiare.

C’è soltanto una classifica che, per la prima volta nella storia della Formula 1, assegna il titolo mondiale a un pilota che non c’è più.

Oltre il risultato

A fine stagione i numeri diranno:

Jochen Rindt — 45 punti.
Jacky Ickx — 40 punti.

Se oggi apriamo l’albo d’oro della Formula 1, troviamo una riga ancora più semplice:

1970 — Jochen Rindt — Lotus.

Un anno, un nome, una squadra.

Non c’è scritto che Rindt rimase orfano quando era ancora bambino. Non c’è scritto che aveva paura della fragilità delle monoposto con cui correva. Non c’è la Lotus che si avvicina giro dopo giro a Jack Brabham nelle strade di Monaco. Non ci sono Bruce McLaren e Piers Courage. Non c’è Monza. Non c’è Emerson Fittipaldi che vince dall’altra parte dell’oceano e rende matematicamente campione un uomo morto ventinove giorni prima.

E soprattutto non c’è quello che rende la sua storia diversa da tutte le altre.

Jochen Rindt riuscì a conquistare ciò che aveva inseguito per tutta la carriera.

Ma non seppe mai di esserci riuscito.

Il risultato è quello che rimane negli archivi.

Tutto ciò che c’è dietro è il motivo per cui vale ancora la pena raccontarlo.

SPORT BACKSTAGE — Oltre il risultato.

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