Il 12 maggio 1996, allo stadio San Nicola, il Bari affronta la Juventus nell’ultima giornata di Serie A. La stagione dei biancorossi, in realtà, ha già emesso il suo verdetto: la retrocessione è matematica. Non c’è più una salvezza da conquistare, nessuna classifica da ribaltare.
Eppure per Igor Protti quella partita ha ancora qualcosa da raccontare.
Segna una volta nel primo tempo. Poi, a cinque minuti dalla fine, segna ancora. Il Bari pareggia 2-2 e quel secondo gol è il ventiquattresimo del suo campionato. Esattamente quanti ne ha realizzati Giuseppe Signori con la Lazio.
Quando arriva il fischio finale, Protti è capocannoniere della Serie A.
E gioca in una squadra appena retrocessa.
È uno di quei casi in cui due classifiche sembrano raccontare due sport diversi: da una parte il miglior attaccante del campionato, dall’altra una squadra destinata alla Serie B. Un paradosso che avrebbe legato per sempre la stagione 1995-96 al suo nome.
Prima dei 24 gol
Igor Protti non era il classico predestinato arrivato giovanissimo sotto i riflettori della Serie A.
Nato a Rimini nel 1967, aveva costruito la propria carriera un gradino alla volta. Rimini, Livorno, Virescit Bergamo, Messina. Molta Serie C, poi la Serie B. Campi lontani dalle copertine, trasferte, stagioni nelle quali un attaccante doveva guadagnarsi ogni occasione.
Quando arrivò al Bari nel 1992 aveva quasi venticinque anni. Con i biancorossi visse due stagioni in Serie B e conquistò la promozione. Il primo anno nella massima serie, il 1994-95, si chiuse con 7 gol in 28 presenze: numeri dignitosi, ma niente che lasciasse immaginare quello che sarebbe successo dodici mesi più tardi.
Nell’estate del 1995 il Bari cambiò qualcosa davanti. Accanto a Protti arrivò lo svedese Kennet Andersson, centravanti alto e fisico, capace di lavorare per la squadra e creare spazi.
La combinazione funzionò.
Protti non era l’attaccante che aveva bisogno di dominare fisicamente una partita. Viveva di movimenti, intuizione, rapidità nel capire dove sarebbe finito il pallone. E in quella stagione sembrò trovarsi continuamente nel punto esatto in cui un centravanti deve essere.
Alla terza giornata arrivò uno dei primi segnali clamorosi: contro la Lazio, al San Nicola, segnò tre gol. La partita finì 3-3. Protti aveva segnato tutte le reti del Bari.
Non sarebbe stato un episodio isolato.
Una squadra che segnava, una squadra che perdeva
Settimana dopo settimana, i gol continuarono.
Protti segnava mentre il Bari faticava. Segnava nelle vittorie, nei pareggi e nelle sconfitte. Più la sua classifica personale diventava sorprendente, più quella della squadra raccontava una storia opposta.
Il problema, infatti, non era soltanto fare gol.
A fine stagione il Bari ne avrebbe subiti 71 in 34 partite, uno dei peggiori dati dell’intero campionato. Protti arrivò a 24 reti e Andersson a 12: insieme i due attaccanti ne segnarono 36, una produzione offensiva che normalmente avrebbe dovuto rappresentare una base solidissima per salvarsi.
Non bastò.
Il Bari chiuse con 32 punti, al quindicesimo posto, cinque punti dietro il Piacenza salvo. Otto vittorie, otto pareggi e diciotto sconfitte. La Serie B diventò inevitabile.
Ed è proprio questo contrasto a rendere quella stagione così difficile da dimenticare.
Nel calcio siamo abituati a collegare le grandi prestazioni individuali al successo collettivo. Il capocannoniere, nell’immaginario comune, trascina la squadra verso l’Europa, verso un titolo, magari verso lo scudetto.
Protti fece qualcosa di completamente diverso.
Continuò a segnare mentre tutto intorno a lui scivolava nella direzione opposta.
Quando il Bari arrivò all’ultima giornata contro la Juventus, la retrocessione era già decisa. Avrebbe potuto essere una di quelle partite che si giocano soltanto perché il calendario impone di farlo.
Per Protti diventò invece l’ultima occasione per completare una stagione irripetibile.
Due gol. Il ventitreesimo e il ventiquattresimo.
E il titolo di capocannoniere condiviso con Signori.
Primo tra i bomber, quindicesimo in classifica
La classifica marcatori della Serie A 1995-96 contiene nomi che raccontano bene il livello del campionato italiano dell’epoca. Dietro Protti e Signori, entrambi a quota 24, arrivò Enrico Chiesa con 22 gol. Più indietro Gabriel Batistuta e Marco Branca a 19, Oliver Bierhoff a 17.
In mezzo a loro c’era un attaccante che soltanto pochi anni prima giocava nelle categorie inferiori e che, a ventotto anni, aveva improvvisamente raggiunto la vetta dei marcatori del campionato più prestigioso d’Italia.
Ma accanto a quel primo posto ce n’era un altro: il quindicesimo del Bari.
Protti divenne così l’unico calciatore nella storia della Serie A ad aver conquistato il titolo di capocannoniere giocando in una squadra poi retrocessa.
Un record che sembra quasi una contraddizione.
Il miglior realizzatore del campionato non era riuscito a salvare la propria squadra.
Ma sarebbe sbagliato leggerlo come un fallimento individuale. Forse è vero esattamente il contrario: quei 24 gol assumono ancora più valore proprio perché arrivarono in una formazione che per tutta la stagione dovette combattere nelle zone basse della classifica.
Protti non aveva alle spalle una squadra dominante. Non giocava per il Milan campione d’Italia, per la Juventus o per una Lazio che avrebbe terminato il campionato ai primi posti.
Giocava per il Bari.
E segnava comunque.
Molto più di quella stagione
L’estate successiva Protti lasciò Bari e passò alla Lazio. Poi arrivarono Napoli e Reggiana.
Ma la parte forse più significativa della sua carriera doveva ancora essere scritta.
Nel 1999 tornò al Livorno, una delle squadre alle quali sarebbe rimasto maggiormente legato. Ripartì dalla Serie C1 e accompagnò il club nella sua risalita. Vinse due volte la classifica marcatori della C1 e poi quella di Serie B, diventando, insieme a Dario Hübner, uno dei soli due giocatori capaci di laurearsi capocannonieri in Serie A, Serie B e Serie C.
Con il Livorno arrivò infine anche il ritorno in Serie A, dopo più di mezzo secolo di assenza dalla massima categoria.
La sua carriera finì nel 2005, proprio con quella maglia.
Igor Protti è morto il 19 giugno 2026, a 58 anni. Nel ricordarlo, inevitabilmente, sono tornati i gol di Livorno, l’affetto delle piazze nelle quali aveva giocato e quella stagione di Bari che ancora oggi occupa un posto particolare nella storia del calcio italiano.
Perché una classifica può dire che una squadra è retrocessa.
Un’altra può dire che il suo centravanti è stato il migliore di tutti.
Nel 1996 entrambe le cose furono vere contemporaneamente.
Ed è proprio nello spazio tra quei due risultati che si trova la storia di Igor Protti.
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