Ci sono giocatori che arrivano a Wimbledon sapendo di poter vincere. Sono teste di serie, dominano la stagione, entrano sul Centre Court con la sensazione che il torneo possa dipendere soprattutto da loro. Goran Ivanisevic, nell’estate del 2001, arrivò invece a Londra quasi come un ospite del proprio passato.
Aveva 29 anni, un fisico logorato dagli infortuni e una classifica che lo aveva fatto precipitare fino al numero 125 del mondo. Per un giocatore che era stato numero 2 ATP e che per quasi un decennio aveva terrorizzato gli avversari con uno dei servizi più potenti del circuito, quella posizione raccontava molto più di una semplice crisi di risultati. Ivanisevic non era più considerato un possibile vincitore di Wimbledon. A dire il vero, senza l’intervento degli organizzatori, non avrebbe nemmeno avuto diritto a entrare direttamente nel tabellone principale.
Wimbledon gli concesse una wild card.
Era difficile non leggerla come un riconoscimento alla carriera. Il croato aveva giocato tre finali su quell’erba e tutte e tre gli avevano lasciato una ferita diversa. Nel 1992 era arrivato per la prima volta a un passo dal titolo e aveva perso contro Andre Agassi in cinque set. Due anni più tardi aveva trovato davanti a sé Pete Sampras, probabilmente il peggior avversario possibile per chiunque volesse vincere Wimbledon negli anni Novanta. Nel 1998 ci aveva riprovato, ancora contro Sampras, e quella volta la sconfitta era stata forse ancora più dolorosa: cinque set, una partita equilibrata, un’altra occasione svanita quando il trofeo sembrava di nuovo abbastanza vicino da poterlo quasi toccare.
Tre finali perse possono diventare un’etichetta. Ivanisevic era diventato, suo malgrado, uno di quei grandi giocatori ricordati anche per ciò che non erano riusciti a vincere. Aveva un talento enorme, un carattere imprevedibile e un servizio mancino capace di rendere inutili interi game di risposta. Poteva infilare ace in serie e, pochi minuti dopo, perdere completamente il controllo della partita. Era spettacolare e fragile, dominante e autodistruttivo, spesso all’interno dello stesso set.
Wimbledon sembrava il luogo perfetto per lui e, contemporaneamente, quello più crudele.
Sul finire degli anni Novanta, però, anche la possibilità di un’altra finale aveva cominciato a sembrare lontana. Gli infortuni alla spalla limitarono proprio l’arma su cui aveva costruito gran parte del suo tennis. I risultati diminuirono, la classifica crollò e il circuito iniziò lentamente a guardare altrove. Stavano arrivando giocatori più giovani, più freschi, pronti a occupare lo spazio lasciato dalla generazione precedente.
Quando Ivanisevic ricevette quella wild card nel 2001, nessuno poteva sapere che non sarebbe stata una semplice celebrazione del passato. Il primo turno contro Fredrik Jonsson non fece particolare rumore. Ivanisevic vinse e andò avanti. Poi arrivò Carlos Moya, ex numero uno del mondo e campione del Roland Garros: avversario importante, ma sull’erba il croato aveva ancora qualcosa di speciale. Superò anche lui.
Il torneo cominciò lentamente a cambiare faccia.
Al terzo turno trovò Andy Roddick, appena diciottenne, uno dei ragazzi che rappresentavano esattamente ciò che Ivanisevic non era più: il futuro. Roddick possedeva a sua volta un servizio devastante e negli anni successivi sarebbe diventato numero uno al mondo e campione degli US Open. Ma quella volta a Wimbledon vinse Ivanisevic. Al turno successivo eliminò Greg Rusedski, altro specialista del servizio e dell’erba.
A quel punto non era più soltanto una bella storia da primi giorni del torneo.
Nei quarti di finale lo aspettava Marat Safin. Il russo era uno dei grandi talenti della nuova generazione, aveva già vinto gli US Open e occupava stabilmente le zone alte della classifica mondiale. Se il Wimbledon di Ivanisevic doveva tornare alla normalità, quello sembrava il momento perfetto. Invece Goran vinse ancora.
Era in semifinale.
Dall’altra parte della rete avrebbe trovato Tim Henman, e per comprendere quella partita bisogna ricordare cosa rappresentasse Wimbledon per il pubblico britannico. Un giocatore inglese non vinceva il singolare maschile del torneo dal 1936. Ogni estate Henman arrivava a Londra accompagnato dalla stessa speranza nazionale: poteva essere lui quello capace di riportare finalmente il trofeo a casa.
Nel 2001 sembrò davvero vicino a riuscirci.
La semifinale fu una partita interminabile, resa ancora più surreale dalla pioggia che continuava a interromperla. Henman si portò avanti e a un certo punto dominò completamente il terzo set, vinto 6-0. Ivanisevic sembrava sul punto di crollare. Il pubblico era naturalmente dalla parte del britannico, la pressione era enorme e Goran aveva davanti esattamente il tipo di momento in cui, nel corso della carriera, tante volte aveva finito per combattere anche contro se stesso.
Quella volta resistette.
Le interruzioni per la pioggia gli permisero di rientrare più volte in partita, ma furono soprattutto il servizio e la capacità di aggrapparsi ai punti decisivi a tenerlo vivo. Vinse il quarto set al tie-break e poi il quinto 6-3. Dopo una semifinale trascinata per giorni dal maltempo, Goran Ivanisevic era di nuovo in finale a Wimbledon.
Per la quarta volta.
La differenza era che nel 1992, nel 1994 e nel 1998 apparteneva all’élite mondiale. Nel 2001 era il numero 125 del ranking entrato nel torneo grazie a un invito.
Ad aspettarlo c’era Patrick Rafter, australiano, ex numero uno del mondo e già due volte campione degli US Open. Rafter aveva perso la finale di Wimbledon l’anno precedente contro Pete Sampras e, proprio come Ivanisevic, vedeva quella partita come un’occasione che avrebbe potuto non ripresentarsi.
A causa dei ritardi provocati dalla pioggia, la finale si giocò eccezionalmente di lunedì. Anche il pubblico era diverso rispetto alla tradizionale atmosfera composta delle finali domenicali di Wimbledon. Il Centre Court divenne rumoroso, partecipe, quasi calcistico. C’erano bandiere croate e australiane, cori, tensione. Sembrava il palcoscenico perfetto per un giocatore emotivo come Ivanisevic.
Il croato vinse il primo set 6-3. Rafter rispose prendendosi il secondo 6-3. Ivanisevic tornò avanti vincendo ancora 6-3, poi l’australiano dominò il quarto 6-2.
Due set pari.
Tutto quello che Goran Ivanisevic aveva inseguito per più di dieci anni si concentrò quindi in un quinto set.
Non esisteva ancora il tie-break conclusivo a Wimbledon. Bisognava vincere con due game di vantaggio. Nessuno riusciva a staccarsi. Ivanisevic serviva ace, Rafter continuava a rispondere, il punteggio avanzava e ogni turno di battuta diventava più pesante del precedente. Sul 7-7 il croato riuscì finalmente a ottenere il break.
Andò a servire per Wimbledon sull’8-7.
Ed è in quel momento che la storia diventò davvero Ivanisevic.
Non chiuse facilmente. Non sarebbe stato coerente con la sua carriera. Spremuto dalla tensione, commise errori, sprecò occasioni e arrivò a servire persino un doppio fallo mentre il titolo era a pochi punti di distanza. Nel Centre Court sembrava che nessuno riuscisse più a respirare. Tutte le finali perse, tutti gli anni trascorsi a inseguire quel torneo e tutti i dubbi accumulati nella fase più difficile della carriera erano finiti nello stesso game.
Poi arrivò un altro match point.
Ivanisevic servì. Rafter rispose, ma la palla terminò fuori.
Per qualche secondo Goran rimase quasi paralizzato. Poi crollò sull’erba, con il volto nascosto tra le mani. Aveva vinto 6-3, 3-6, 6-3, 2-6, 9-7.
Era campione di Wimbledon.
Quella vittoria rappresentava qualcosa che andava molto oltre uno Slam. Ivanisevic diventò il primo giocatore ammesso con una wild card a conquistare il singolare maschile di Wimbledon. Era arrivato al torneo da numero 125 del mondo, fuori dall’elenco dei favoriti e con una carriera che sembrava ormai diretta verso la sua parte finale. Se gli organizzatori non gli avessero concesso quell’invito, la più grande vittoria della sua vita non sarebbe nemmeno potuta cominciare.
C’è poi un numero che rende la storia ancora più particolare: quattro.
Quattro finali a Wimbledon. Le prime tre perse. La quarta giocata nel momento in cui sembrava avere meno possibilità che mai di arrivarci.
Non vinse quando era numero 2 del mondo. Non vinse quando era uno dei giocatori più temuti del circuito. Non vinse quando sembrava destinato prima o poi a prendersi quel titolo semplicemente insistendo abbastanza.
Vinse quando praticamente nessuno se lo aspettava più.
Ed è questo che distingue il Wimbledon 2001 di Ivanisevic da tante altre grandi vittorie. Non fu soltanto l’impresa di un outsider. Fu la conclusione di una storia rimasta aperta per quasi dieci anni. Un giocatore che aveva già avuto tre occasioni, le aveva perse tutte e sembrava aver esaurito il tempo a disposizione ricevette un ultimo invito per tornare nel luogo che gli aveva dato alcune delle gioie e delle delusioni più grandi della carriera.
Entrò nel torneo da numero 125 del mondo.
Ne uscì da campione di Wimbledon.
A volte nello sport una carriera può essere definita da una singola partita. Nel caso di Goran Ivanisevic furono necessari tre fallimenti, anni di attesa, una spalla malandata, una wild card e un ultimo quinto set per trasformare quello che sembrava un grande rimpianto in una delle storie più belle mai raccontate sull’erba di Londra.
Sport Backstage — Oltre il risultato.
