Dražen Petrović: il genio europeo che conquistò l’NBA prima che una strada fermasse la sua storia a 28 anni

Ci sono giocatori che arrivano troppo presto. Non perché non siano pronti, ma perché è il mondo intorno a loro a non esserlo ancora.

Quando Dražen Petrović sbarcò negli Stati Uniti alla fine degli anni Ottanta, l’NBA guardava ancora con una certa diffidenza al basket europeo. I giocatori provenienti dall’altra parte dell’Atlantico potevano essere tecnici, intelligenti, magari persino spettacolari, ma diventare protagonisti nella lega americana era un’altra cosa.

Petrović non voleva semplicemente dimostrare di poterci stare. Voleva dimostrare di poter essere uno dei migliori.

Quando finalmente ci riuscì, quando l’America cominciò davvero a capire chi fosse quel ragazzo croato con il numero 3, la sua storia si interruppe improvvisamente.

Il 7 giugno 1993 Dražen Petrović morì in un incidente stradale in Germania. Aveva 28 anni. Pochi mesi prima aveva concluso la migliore stagione della sua carriera NBA: 22,3 punti di media, il 51,8% dal campo e quasi il 45% da tre, numeri che gli erano valsi l’inserimento nell’All-NBA Third Team.

Ma per capire perché la sua morte sconvolse il mondo del basket bisogna tornare indietro. Molto prima dell’NBA.

Prima che l’America scoprisse Dražen

Petrović era nato in Croazia, a Šibenik, sulla costa dalmata, nel 1964. Il basket entrò prestissimo nella sua vita e diventò quasi un’ossessione. Allenarsi non era semplicemente ciò che faceva per migliorare: era parte del suo modo di essere giocatore.

Quando arrivò al Cibona Zagabria nel 1984, l’Europa cominciò a capire fino a che punto potesse spingersi il suo talento.

Con il Cibona vinse due Coppe dei Campioni consecutive, nel 1985 e nel 1986. Segnava da ogni posizione, tirava senza paura e possedeva soprattutto quella sicurezza che separa spesso i grandi giocatori dai personaggi capaci di prendersi una partita e trasformarla in qualcosa di personale.

In una gara del campionato jugoslavo arrivò addirittura a segnare 112 punti. Non era soltanto uno dei migliori giocatori europei della sua generazione: stava diventando un personaggio che sembrava aver bisogno di un palcoscenico ancora più grande.

Dopo Zagabria arrivò il Real Madrid. Un’altra stagione, altri trofei, un’altra dimostrazione che il basket europeo cominciava quasi a stargli stretto.

L’NBA lo aveva già notato: Portland lo aveva scelto al Draft del 1986 e nel 1989 Petrović decise finalmente di attraversare l’Atlantico. Sembrava il passaggio naturale verso la consacrazione, ma diventò invece il periodo più frustrante della sua carriera.

A Portland trovò una squadra fortissima e soprattutto pochissimo spazio. Davanti a lui c’erano esterni come Clyde Drexler e Terry Porter e Petrović, abituato in Europa ad avere il pallone e a decidere le partite, si ritrovò improvvisamente ai margini.

Nelle 95 partite disputate con i Trail Blazers segnò circa 7 punti di media. Non aveva attraversato l’oceano per diventare una comparsa e cominciò presto a desiderare un’altra opportunità.

Quell’opportunità arrivò nel gennaio del 1991, quando venne ceduto ai New Jersey Nets. Fu il momento in cui la sua carriera americana cambiò completamente.

Nella stagione 1991-92 giocò tutte le 82 partite e segnò 20,6 punti di media, tirando con oltre il 50% dal campo e il 44,4% da tre. I Nets tornarono ai playoff dopo cinque anni di assenza e il giocatore che a Portland sembrava non riuscire a trovare un posto era improvvisamente diventato una delle guardie più produttive della lega.

Non era cambiato Petrović. Era cambiata la possibilità di dimostrare chi fosse.

Quando l’NBA capì davvero chi era Petrović

La stagione 1992-93 cancellò definitivamente ogni dubbio. Petrović salì a 22,3 punti di media, tirando con il 51,8% dal campo e con quasi il 45% da tre. Il 24 gennaio 1993 contro Houston segnò 44 punti, il massimo della sua carriera NBA, e alla fine della stagione venne inserito nell’All-NBA Third Team.

A quel punto non era più “l’europeo che giocava bene in America”. Era semplicemente uno dei migliori giocatori nel suo ruolo in NBA.

Oggi questa distinzione può sembrare quasi insignificante: la lega è internazionale, le sue superstar arrivano da ogni parte del mondo e alcuni dei giocatori più dominanti degli ultimi anni sono cresciuti cestisticamente in Europa.

All’inizio degli anni Novanta, però, non era affatto scontato. Petrović apparteneva a una generazione che doveva ancora dimostrare che un giocatore formatosi dall’altra parte dell’Atlantico potesse arrivare negli Stati Uniti non soltanto per trovare spazio, ma per diventare protagonista.

Nel frattempo continuava a essere decisivo anche con la nazionale. Con la Jugoslavia aveva vinto l’Europeo del 1989 e il Mondiale del 1990. Poi la storia del suo Paese cambiò drammaticamente e alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 Petrović si presentò con la maglia della Croazia indipendente.

Quella squadra arrivò fino alla finale, dove trovò probabilmente la formazione di basket più famosa mai costruita: il Dream Team degli Stati Uniti, con Michael Jordan, Magic Johnson, Larry Bird e una concentrazione di talento difficilmente immaginabile.

La Croazia perse 117-85, Petrović segnò 19 punti e tornò a casa con una medaglia d’argento olimpica.

Aveva 27 anni. Era ormai affermato in NBA, aveva dimostrato di poter competere ai massimi livelli internazionali e sembrava essere entrato proprio in quel momento della carriera in cui esperienza e talento iniziano a incontrarsi.

Il meglio, almeno teoricamente, doveva ancora arrivare.

Una carriera finita, una strada rimasta aperta

La stagione NBA del 1993 era terminata da poche settimane quando Petrović tornò in Europa per giocare con la nazionale croata. Dopo una partita di qualificazione disputata in Polonia, decise di non rientrare insieme al resto della squadra e proseguì verso la Germania.

Il 7 giugno 1993, mentre viaggiava come passeggero su un’automobile diretta verso Monaco, rimase coinvolto in un incidente sull’autostrada nei pressi di Denkendorf.

Dražen Petrović morì. Aveva 28 anni.

La notizia attraversò immediatamente due mondi. In Europa moriva un giocatore che era già diventato un’icona; negli Stati Uniti moriva qualcuno che sembrava aver appena iniziato a mostrare fino a dove sarebbe potuto arrivare.

Ed è forse questo che rende la sua storia così difficile da separare dalla domanda che inevitabilmente la accompagna: quanto sarebbe diventato forte Dražen Petrović?

È una domanda senza risposta, e forse non serve nemmeno provare a inventarne una. Quello che sappiamo è già sufficiente.

Nell’ultima stagione della sua vita segnava più di 22 punti a partita con percentuali straordinarie, era entrato in un quintetto All-NBA e aveva conquistato il suo spazio nella stessa lega che inizialmente lo aveva relegato in panchina. Non era più una promessa e non era più un esperimento europeo.

Era già arrivato.

Alla fine del 1993 i Nets ritirarono la sua maglia numero 3. Nel 2002 Petrović entrò nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame e nel 2007 sarebbe arrivato anche l’ingresso nella FIBA Hall of Fame.

Ma la parte più importante della sua eredità probabilmente non sta in una maglia appesa al soffitto o in una targa.

Sta anche in ciò che accadde dopo.

L’NBA diventò progressivamente più internazionale. Arrivarono nuove generazioni di giocatori europei capaci non soltanto di trovare spazio, ma di diventare All-Star, campioni e MVP.

Sarebbe eccessivo attribuire a Petrović da solo una trasformazione così grande: prima, durante e dopo di lui ci furono altri giocatori fondamentali nell’apertura della lega al talento internazionale. Ma Dražen fu certamente uno di quelli che dimostrarono, quando ancora non era affatto scontato, che un talento cresciuto nel basket europeo poteva attraversare l’Atlantico e diventare protagonista nella lega più importante del mondo.

La sua carriera NBA durò appena quattro stagioni. La sua vera esplosione ancora meno.

Ed è forse questo il paradosso che rende la storia di Dražen Petrović così potente: ebbe pochissimo tempo per lasciare un segno, eppure quel segno è rimasto per più di trent’anni.

Non sappiamo cosa avrebbe fatto a 30 anni. Non sappiamo quanti punti avrebbe segnato, quali squadre avrebbe cambiato, quali partite avrebbe deciso o fin dove sarebbe riuscito ad arrivare.

Sappiamo soltanto che a 28 anni aveva finalmente conquistato il posto che aveva cercato dall’altra parte dell’oceano.

E proprio quando il mondo del basket aveva cominciato a riconoscerlo per quello che era, una strada tedesca mise fine alla sua corsa.

Non alla sua storia.

Sport Backstage — Oltre il risultato.

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