Nove universitari americani, una barca di cedro e i Giochi olimpici di Berlino 1936: l’impresa che nessuno si aspettava

Ci sono gare che cominciano quando viene dato il via. E poi ce ne sono altre che sembrano iniziare molto prima, quando ancora nessuno sa che un giorno diventeranno storia.

Il 14 agosto 1936, sulle acque del Langer See di Grünau, vicino a Berlino, sei imbarcazioni si prepararono alla finale olimpica dell’otto con. Sulle rive erano stipate circa 75.000 persone. Adolf Hitler e parte della leadership del regime nazista osservavano la gara da una tribuna, mentre la Germania arrivava all’ultimo appuntamento del programma di canottaggio dopo aver già conquistato cinque ori nelle sei finali disputate quel giorno.

In mezzo a tutto questo c’era una barca americana.

Dentro, otto rematori e un timoniere dell’Università di Washington.

Non erano professionisti. Non appartenevano alle università più prestigiose della costa orientale e molti di loro provenivano da famiglie operaie o da piccole comunità dello Stato di Washington, cresciuti durante gli anni più duri della Grande Depressione. Erano arrivati fino in Germania con una barca di legno costruita a mano e con la convinzione che, se fossero riusciti a rimanere abbastanza vicini agli avversari, negli ultimi metri avrebbero avuto ancora qualcosa da dare.

Il problema era che, quando la finale cominciò, loro quasi non se ne accorsero.

I ragazzi che non dovevano essere lì

Negli Stati Uniti degli anni Trenta il canottaggio universitario era molto più di uno sport di nicchia. Le grandi regate attiravano pubblico e attenzione e alcune delle università più importanti del Paese avevano costruito una vera tradizione attorno ai propri equipaggi.

Washington era lontana da quel mondo, almeno geograficamente.

Seattle si trovava dall’altra parte del continente rispetto alle grandi università dell’Est, ma il programma di canottaggio dell’ateneo aveva costruito negli anni una cultura particolare. Servivano forza e tecnica, naturalmente, ma soprattutto serviva imparare a muoversi come se nove persone fossero una sola.

Tra quei ragazzi c’era Joe Rantz, cresciuto in condizioni familiari difficili. C’era Don Hume, l’uomo che sedeva allo stroke, il posto da cui veniva imposto il ritmo all’intera barca. E poi Roger Morris, Chuck Day, Gordon Adam, Johnny White, Jim McMillin, George Hunt e, davanti a tutti, il timoniere Bob Moch. Erano loro i nove uomini che nell’estate del 1936 avrebbero rappresentato gli Stati Uniti a Berlino.

Ma c’era anche un decimo protagonista, anche se non impugnava alcun remo.

George Pocock costruiva barche.

Era un artigiano inglese emigrato negli Stati Uniti e nel laboratorio dell’Università di Washington realizzava scafi sottilissimi, cercando l’equilibrio tra leggerezza, rigidità ed elasticità del legno. Per quella squadra costruì la Husky Clipper, un’imbarcazione lunga circa 18 metri realizzata principalmente in cedro rosso occidentale, con parti in abete e frassino.

Pocock non considerava quelle barche semplici strumenti sportivi. Erano qualcosa che prendeva forma lentamente, pezzo dopo pezzo, fino a diventare un’estensione dei ragazzi che avrebbero dovuto spingerle sull’acqua.

Quando la Husky Clipper fu completata, nella primavera del 1936, Pocock le augurò successo sulle acque che avrebbe attraversato.

Soprattutto a Berlino.

Prima della Germania, però, Washington doveva conquistarsi il diritto di andarci.

Gli Huskies vinsero le selezioni olimpiche americane e divennero così l’equipaggio destinato a rappresentare gli Stati Uniti. Ma comparve immediatamente un altro problema: servivano 5.000 dollari per finanziare il viaggio, una cifra enorme per l’epoca, e il denaro doveva essere raccolto in pochi giorni.

Seattle si mobilitò.

Giornali, tifosi, cittadini e sostenitori dell’università contribuirono alla raccolta. Arrivarono donazioni da pochi centesimi e altre molto più consistenti. In appena due giorni la cifra necessaria fu raggiunta.

I ragazzi potevano partire.

Attraversarono l’Atlantico portando con loro anche la Husky Clipper.

Destinazione Berlino.

Una corsia contro il vento

I Giochi del 1936 non erano Olimpiadi come le altre.

Il regime nazista aveva trasformato Berlino in una gigantesca vetrina internazionale. Stadi, cerimonie, bandiere e organizzazione dovevano mostrare al mondo l’immagine di una Germania forte e ordinata, mentre negli Stati Uniti e in altri Paesi si era discusso fino a pochi mesi prima della possibilità di boicottare i Giochi per le persecuzioni contro gli ebrei tedeschi.

Il 14 agosto, quando arrivò il momento della finale dell’otto con, anche il canottaggio sembrava seguire il copione perfetto per i padroni di casa.

La Germania aveva dominato la giornata.

Washington, invece, aveva un problema dopo l’altro.

Il primo si chiamava Don Hume.

Da settimane combatteva contro una malattia respiratoria e alla vigilia della finale le sue condizioni erano sufficientemente preoccupanti da far valutare all’allenatore Al Ulbrickson la possibilità di sostituirlo. Hume però voleva esserci.

E ci fu.

Il secondo problema era la corsia.

Gli americani finirono nella numero 6, all’esterno, la più esposta al vento e all’acqua agitata. Germania e Italia, invece, erano nelle zone più protette del percorso. Su una gara di 2.000 metri, con una barca lunga e leggerissima, non era un dettaglio.

Poi arrivò la partenza.

Il vento rendeva difficile sentire le indicazioni dello starter. Bob Moch non udì chiaramente il comando e gli americani si accorsero che la gara era cominciata quando alcune delle altre barche si erano già mosse.

Non furono gli unici: anche l’equipaggio britannico ebbe difficoltà con il segnale.

Ma per Washington significava aggiungere un altro problema a una gara che ne aveva già abbastanza.

Dopo poche centinaia di metri gli americani erano indietro. Agli 800 metri risultavano ultimi, mentre davanti Germania e Italia si contendevano la testa.

In tribuna il pubblico spingeva i tedeschi.

Sulla Husky Clipper, invece, nessuno sembrava voler andare nel panico.

Era esattamente così che quella squadra aveva imparato a correre.

Non cercava necessariamente di dominare dall’inizio. Manteneva un ritmo relativamente controllato, conservava energia e aspettava il momento in cui gli altri avrebbero iniziato a pagarla.

Poi arrivava la parte che gli Huskies conoscevano meglio.

La rimonta.

Gli ultimi cinquecento metri

A circa tre quarti della gara Washington aveva recuperato terreno.

Il vento cominciava finalmente a incidere meno sulla loro corsia e davanti gli equipaggi che avevano spinto più forte iniziavano a entrare nella fase decisiva.

Mancavano circa 500 metri.

Don Hume alzò il ritmo.

Da quel momento la Husky Clipper iniziò a guadagnare acqua a ogni colpo di remo. Il movimento degli otto uomini diventò sempre più rapido senza perdere sincronizzazione. Non erano otto atleti che cercavano individualmente il traguardo.

Erano una sola barca.

Germania.

Italia.

Stati Uniti.

Negli ultimi duecento metri le tre imbarcazioni erano vicinissime.

La folla urlava mentre Washington continuava ad avanzare. Hume portò il ritmo verso i quaranta colpi al minuto e negli ultimi metri gli americani raggiunsero prima i tedeschi e poi gli italiani.

Quando attraversarono il traguardo non era immediatamente evidente chi avesse vinto.

Poi arrivò il risultato.

Stati Uniti: 6 minuti, 25 secondi e 4 decimi.

Italia seconda: 6:26.0.

Germania terza: 6:26.4.

Sei decimi di secondo.

Dopo 2.000 metri, dopo il vento, la corsia esterna, la partenza mancata e una rimonta cominciata quando sembravano ormai troppo lontani, la differenza tra l’oro e l’argento era stata inferiore a un secondo.

Gli otto ragazzi dell’Università di Washington e Bob Moch erano campioni olimpici.

Ma forse il dettaglio più affascinante di quella storia è ciò che rimase quando Berlino finì.

La Husky Clipper tornò a Seattle.

Oggi la barca è ancora conservata all’Università di Washington, sospesa all’interno della Conibear Shellhouse. Generazioni di nuovi canottieri sono passate sotto quello scafo di cedro imparando i nomi degli uomini che lo portarono fino all’oro olimpico.

Perché alla fine quella del 1936 non è semplicemente la storia di una squadra che vinse una gara.

È la storia di nove ragazzi che avevano imparato una cosa fondamentale molto prima di arrivare a Berlino: da soli potevano essere forti, ma sulla barca la forza individuale significava poco.

Un colpo anticipato era un errore. Un colpo ritardato era un errore. Otto uomini fortissimi che remavano ognuno per conto proprio avrebbero perso contro otto uomini capaci di muoversi insieme.

Quel pomeriggio, davanti a 75.000 persone, Washington partì tardi, finì dietro, combatté contro il vento e arrivò agli ultimi metri con pochissimo spazio per rimediare.

Poi otto remi entrarono nell’acqua nello stesso istante.

Ancora una volta.

E ancora.

Fino a quando davanti non rimase più nessuno.

Nove ragazzi. Una barca di cedro. Sei decimi di secondo.

A Berlino, nel 1936, bastarono per entrare nella storia.

Sport Backstage — Oltre il risultato.

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